2022.03.26 <ilfoglio zaz jpg> Il libro "Filosofie della catastrofe" indaga le diverse reazioni dei grandi illuministi Voltaire, Rousseau e Kant di fronte al terremoto di Lisbona 1755, che mise in questione fede, provvidenza, senso di ordine cosmico [CzzC: rimanderei agli appunti sull'enigma della sofferenza e del male innocente, e il relativo principio di non contraddizione]

 

Anche sulle catastrofi i più grandi filosofi possono non essere d’accordo: Voltaire, Rousseau, Kant davanti alla morte e al dolore.

Alfonso Berardinelli, illuminista dogmatico, di fronte a fatti che vanno oltre la possibilità di comprensione, conclude: “Tre punti di vista, ognuno con le sue ragioni. Il torto è nella facilità con cui ognuno dei tre filosofi ha trascurato le ragioni degli altri.”

Massimo Cacciari, mente libera, di fronte al nonsenso di avvenimenti trascendentali, suggerisce di interpretare la Storia in prospettiva teologica. “Più andiamo avanti e più mi convinco che non c’è altro modo per cercare di comprendere il nostro tempo”. (Avvenire.it  Mercoledì  27 febbraio 2013 Alessandro Zaccuri).

(…) “A metà Settecento, quattro anni dopo la pubblicazione del primo volume della gloriosa  Encyclopédie  di d’Alembert e Diderot, arriva l’evento che minerà l’ottimismo degli illuministi e resterà nella memoria di molti scrittori del secolo successivo, da Leopardi a Dostoevskij. Si trattò di una catastrofe naturale e proprio per questo metteva in questione la fede religiosa, l’idea di provvidenza divina, il senso o non senso dell’ordine cosmico e del posto che il genere umano occupa in esso.

La reazione di Voltaire, il più elegante, beffardo e autorevole degli illuministi, fu violenta. Il suo poemetto “Sul disastro di Lisbona” è un catalogo degli orrori e delle atroci sofferenze patite dalle vittime: “Sventurati uomini! Infelice terra! / Eterna sopportazione di inutili dolori! / Filosofi fallaci che gridate: Tutto è bene / Accorrete, contemplate queste tremende rovine, / Queste macerie, questi brandelli di carne e queste misere ceneri, / Queste donne, questi fanciulli, l’uno sull’altro ammassati, / Queste membra disperse sotto i marmi in frantumi (…) Quale crimine, quale peccato commisero questi bambini / Schiacciati e ricoperti di sangue sul seno materno / (…) Lisbona è distrutta e a Parigi si balla”.

Letto il poema, Rousseau rispose a Voltaire con una lettera sorprendente per la sua totale e polemica diversità di tono. Rousseau non accetta di farsi suggerire da Voltaire il tono tragico. La sua misantropia di uomo solo gli fa scegliere testardamente di non condividere il più naturale e ovvio degli stati d’animo. Anche di fronte alle stragi insensate del potentissimo terremoto non dimentica di essere un critico della società e osserva che se gli uomini non avessero voluto ammassarsi in grandi città piene di enormi edifici, le morti e le distruzioni sarebbero state molto minori o perfino nulle. Il lucido Voltaire urla e si dispera. Il sensibile e suscettibile Rousseau esibisce un distacco e una freddezza sconcertanti. La sua sensibilità non è scossa dalla realtà dell’evento. I suoi puntigliosi ragionamenti si sollevano subito al di sopra della morte e del dolore. Mentre il razionalista agiato e di successo Voltaire è travolto dall'emozione e protesta con Dio, il pedagogo e teorico del contratto sociale Rousseau prende le distanze dalla disperazione e teorizza la saggezza della speranza.

Il più giovane dei tre grandi illuministi, Kant, non è da meno. Si rivolge alla scienza, senza la quale la filosofia per lui è un’illusione. Si tratta, dice, di pensare alle cause dei terremoti e studiarle  per prevederli.  Una volta che si sia fatto questo, non c’è che ricordare i limiti del genere umano e delle sue capacità conoscitive, troppo inferiori rispetto all’audacia sconsiderata delle sue azioni e aspettative.

Tre punti di vista, ognuno con le sue ragioni. Il torto è nella facilità con cui ognuno dei tre filosofi ha trascurato le ragioni degli altri.”