CONFLITTO GENERAZIONALE: l’Italia dei PADRI 68ttini sta tradendo quella dei FIGLI

sono tanti i nostri giovani disoccupati e quelli condannati a spremersi sotto il peso di un immane debito pubblico, creato sia pro alimentazione di privilegiati diritti acquisiti attorno al '68, sia per sprechi azionati da partiti e corporazioni sociali che, cedendo all’avido "carpe diem", si fecero accecare la responsabilità verso il futuro. Più il latrocinio generazionale esistente anche oltre i nostri confini causato con l'inquinamento e lo scempio di risorse fossili, terra, aria acqua provocato in pochi decenni con una gravità tale che i nostri avi non causarono nemmeno per 1 milionesimo in milioni di anni.

[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 20/06/2023; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

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2011.09.08 traggo daAvvenire:  Quel «conflitto» che già divampa

DA ROMA ARTURO CELLETTI

Il conflitto generazionale c’è già. E ha la forza dirompente e drammatica dei numeri. Il dipendente privato che ha smesso di lavorare nel 2008 ha percepito una pensione che vale il 68,7% dell’ultimo guadagno. Suo figlio, quando lascerà il lavoro nel 2040, prenderà solo il 52,4. Per gli autonomi andrà ancora peggio. Artigiani e commercianti vedranno crollare il primo incasso pensionistico dal 67,9% dei guadagni nel 2008 al 31,8 nel 2040. In altre parole, l’assegno perderà più della metà del proprio peso. Dietro i numeri prende forma la denuncia: l’Italia dei padri sta tradendo consapevolmente l’Italia dei figli.

 

Tradimento previdenziale

Dai diritti acquisiti al futuro negato. Così le giovani generazioni pagano il prezzo del debito

·        Chi è andato in pensione nel 2008 percepisce una pensione pari a quasi il 70% dell’ultimo stipendio. Chi lascerà il lavoro nel 2040 avrà un assegno pari al 52% della retribuzione

·        Lavori precari, stipendi modesti, un fisco che non sostiene la famiglia. Chi oggi ha meno di 40 anni vive un presente che amplifica la sfiducia. È l’ora di riforme nel segno dell’equità.

·        In 5 anni sulle spalle dei nostri figli abbiamo caricato quasi 400 miliardi di debito pubblico

·        L’Italia dei padri sta tradendo consapevolmente l’Italia dei figli. Metà del Paese (quelli nati dopo il 1 gennaio 1970 sono più di ventotto milioni) vive un presente 'sfregiato' dal precariato e da stipendi da fame. E attende un futuro senza una reale previdenza e senza credibili punti di riferimento. I dati si accavallano e amplificano la sensazione di sfiducia: secondo i calcoli fatti dal Center of research di Pittsburgh sui sistemi di welfare occidentale la pensione media di un italiano nato negli anni Ottanta sarà pari a 340 euro mensili.

 

Un riequilibrio generazionale dal punto di vista della spesa deve essere assolutamente una delle priorità di questo Paese. Ma l’accordo non va cercato tra partiti. Va semmai costruito chiedendo all’Italia che è nello Stato sociale di pensare a quella che, inevitabilmente, ne cadrà fuori. Ai padri di tornare a pensare ai figli. E di aprire finalmente una riflessione sulla più terribile storia di egoismo che scuote il Paese e che si snoda in tre capitoli.

·        Il primo si chiama debito pubblico. Nel 2005 era pari a 1.512 miliardi di euro, il 105% del Pil; oggi ha sfondato quota 1.900 miliardi. Insomma in poco più di 5 anni abbiamo caricato sulle spalle dei nostri figli ulteriori 388 miliardi.

·        Il secondo è quello dell’abbattimento degli stipendi. Il salario medio annuo in Italia è pari a 14.700 euro netti (fonte Eurispes). Un neolaureato appena assunto non arriva mediamente ai mille euro al mese, dopo cinque anni può aspirare a 1200. Il 27,4% dei pensionati (poco meno di sei milioni di assegni) ha un trattamento di quiescenza superiore ai 1.500 euro mensili. Due milioni tra questi sono persone che hanno lasciato il lavoro prima dei cinquant’anni. Sarà ora di toccare questi fantomatici diritti acquisiti?

·        C’è poi il terzo capitolo, il più devastante: l’ingiustizia più clamorosa ai danni degli under 40 di questo Paese è stata compiuta proprio con le politiche previdenziali.

 

In queste condizioni il via libera alla manovra sembra solo l’aspirina somministrata al cardiopatico che aspetta un trapianto di cuore. Servono cure radicali, interventi decisi perché oggi è sempre più complicato fabbricare futuro. Davanti a noi c’è uno scenario che mette spavento. Dove si ha paura di generare figli che faticheremo a crescere, dove la famiglia viene messa in discussione da anni e anni di politiche scellerate. Stiamo vivendo un periodo eccezionale per la drammaticità della crisi economica che sta scuotendo il mondo: sarebbe un’occasione unica per realizzare riforme vere e aprire la strada a cambiamenti radicali invece di accontentarsi di semplici rattoppi. Sarebbe il momento perfetto per porre fine alla storia di un egoismo collettivo e di gettare le basi di una vera riforma strutturale della previdenza. Eppure non ci pare nemmeno questa l’ora degli sguardi larghi, delle scelte profetiche.

 

I veti della politica, gli egoismi di una parte importante del nostro sindacato (nella Cgil, il 53% degli iscritti aderisce al Sindacato dei pensionati italiani) e della nostra impresa, continuano a essere un freno per l’apertura di una vera stagione di cambiamento. Qui si resta fermi e si schiva il problema ripetendo che una riforma c’è e che nel giro di qualche anno comincerà a dare effetti. Qui si invoca l’intervento della Bce a sostegno dei nostri titoli di Stato ma ci si dimentica che proprio l’Eurotower ha invitato l’Italia a intervenire con serietà sulla previdenza.

 

Perché allora non accelerare? Perché non rendersi conto che l’Italia non può restare, tra i grandi Paesi d’Europa, quello con la più consistente quota di spesa pensionistica sul totale delle prestazioni sociali: nel 2008 era al 60,7%, contro il 43 della Germania, il 46 della Francia, il 39,7 del Regno Unito e il 39,6 della Spagna.

 

Bisogna muoversi perché gli artigli di un assurdo conflitto generazionale si allungano minacciosi. Perché i nostri figli hanno cominciato a rimproverarci di avergli preparato un futuro peggiore del peggiore presente. Loro sono quelli che un giorno del 1995 hanno sentito dirsi 'metodo contributivo' mentre noi scrivevamo una riforma che ci manteneva nel 'metodo retributivo'. Loro non capivamo cosa volesse dire. Noi facevamo passare in silenzio una legge che li lasciava scoperti e che bruciava loro il futuro.

 

Oggi manca consapevolezza e informazione che, invece, sarebbero fondamentali per porre eventualmente rimedio, finché si è in tempo, a pensioni che altrimenti rischiano di essere al di sotto del minimo sociale.