Qualche nostalgico del ’68 non condivide l’espressione emergenza educativa: prima botta

Traggo da Cooperazione tra consumatoriAgo2008 p17 (vedi anche mese successivo, 2ª botta) e commento

[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 28/04/2019; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

Pagine correlate: Educa, comunità educante, educazione mancata; sfida educativa, libertà di educazione

 

↑2008.08.gg Cooperazione tra consumatori - agosto 2008 - pag 17.  Verso Educa: Tra ragione e sentimento il difficile mestiere dell'educare

È un errore ridurre il dibattito sui problemi dell'educazione all'interno dei confini dell'emergenza. Occorre invece una riflessione a tutto campo sul valore, le condizioni, il senso dell'azione educativa. L'appuntamento è fissato a settembre a Rovereto con Educa, il primo incontro nazionale sull'educazione.

di A. Conci

 Si parla spesso di "emergenza educativa", un'espressione che è indice di una crescente sensibilità sociale sui temi educativi, ma che solleva anche qualche perplessità. Non solo perché riporta al centro l'educazione partendo dal suo volto negativo, dalla sua assenza [CzzC: non ingannare! La Chiesa che usa il termine emergenza educativa non dice che l’educazione è assente, ma ne denuncia carenze forse correlate anche alla vaporizzazione di valori e di corpi intermedi dello stato (famiglia, associazioni, ...) pilastri dell’organizzazione sociale], ma anche perché la considera un'emergenza, e come tutte le emergenze qualcosa che ha bisogno di interventi straordinari (CzzC: e se davvero ce ne fosse bisogno? Da dove desumi, A., il sillogismo che gli interventi straordinari nuocciano agli analoghi ordinari?). Così facendo si ottiene sicuramente l'effetto di concentrare l'attenzione di tutti, che probabilmente si era un po' assopita, sui processi educativi, ma si rischia di dimenticare che di educazione si deve farsi carico prima di tutto nei contesti ordinari dell'esistenza. [CzzC: che ragionamento fai? Come se, quando il buon padre di famiglia cerca di correre ai ripari per difficoltà economiche o per un figlio che prende una brutta strada, si dimenticasse che l’economia familiare deve essere quotidianamente badata e le compagnie del figlio pure: se non erro sei anche un insegnante, giusto?]. Pensare all'educazione come un'emergenza significa non solo ammettere che esiste un "non fatto" cui si deve rimediare, ma anche legare la responsabilità educativa ai casi limite [CzzC: non ai casi limite come fatto occorso, ma a chi più ne avrebbe favorito o meno contrastato l’insorgenza] Dove per caso limite non si intende solo l'esplosione della violenza, il conflitto intergenerazionale o il fallimento educativo, ma anche la percezione improvvisa che non si capisce più il mondo dei bambini e dei ragazzi, che i canali comunicativi saltano, che le cose non vanno come si vorrebbe, che le barriere etiche si dimostrano totalmente inefficaci. [CzzC: non ti parrebbe che, più che casi limite, quelli che citi siano prossimi ai valori medi della attuale casistica socio-relazionale? La protezione civile sa bene che gli interventi in emergenza insegnano anche ad aggiustare il tiro alla ordinaria attività di prevenzione delle emergenze: la responsabilità in fisica si chiama principio di causa-effetto ed è ben osservabile e misurabile, ma credi che non valga il principio di causa effetto nei sistemi sociali a partire dalla loro impostazione educativa? Chi semina vento raccoglie tempesta dice il saggio e ben sai quali Weltanschauung educative sottendessero e sottendano nazismo, leninismo, liberalismo cinico alla Soros, capicomunismo, giacobinismo più o meno illuminato tutte bramose di estirpare le radici cristiane della nostra civiltà occidentale].

Se dunque la percezione diffusa di un'emergenza educativa può essere importante per riportare al centro della riflessione pubblica la questione della responsabilità in ordine all'educare, sarebbe un errore ridurre il dibattito all'interno dei confini dell'emergenza, mentre appare più opportuno avviare una riflessione a tutto campo sul valore, le condizioni, il senso dell'azione educativa.

(CzzC chi pensi, A., che commetterebbe l’errore di contenere analisi e azione solo sui confini dell’emergenza? Forse chi ha il torto di aver usato il termine emergenza-educativa ? Spero che tu non pensi alla Istituzione Chiesa, perché sono 2000 anni che questa fa educazione costruttiva ordinaria e straordinaria permeando ogni ambito dell’esistenza, dalla famiglia alla scuola alla cultura alla sanità alle opere con la dottrina sociale ...).

In tutto questo credo che una delle questioni cruciali sia costituita dall'intreccio fra la dimensione "razionale" e quella "emotiva" dei processi educativi.

Qualche mese fa Marco Lodoli ha posto la questione in maniera radicale su La Repubblica [CzzC: che ti è grata per la pubblicità in simpatia di Weltanschauung anche diffidente del Magistero petrino?], prendendo le mosse dalle parole di una sua studentessa, Francesca, che sulla scia del complesso dei Negramaro sosteneva che "conta solo il cuore, la testa a casa". A fronte di questa affermazione Lodoli commentava: "Come un'onda il sentimento incalza, preme, sale, ma la ragione deve alzare le sue dighe, scavare canali, dirigere quella spinta per farla diventare utile e vantaggiosa per i campi scoscesi della vita: altrimenti è solo frenesia che inonda e distrugge. II bene è un prodotto dell'intelletto, sostenevano Socrate e i professori, il risultato di una riflessione su di sé e sul mondo. E ogni artista sa che il primo verso viene dal cuore, ma poi serve un lungo lavoro per dare forma a quell'emozione. Tutto questo oggi è dimenticato, peggio ancora: disprezzato". Per questo "bisognerebbe ridare dignità al pensiero e mettere in guardia i ragazzi dalle carognate che il cuore può produrre. Chi uccide la fidanzata o la moglie per gelosia o brama di possesso obbedisce al cuore. Il serbo che sparava al croato vicino di casa seguiva la voce dissennata del cuore. I tutsi che ammazzavano gli hutu a colpi di machete ascoltavano i consigli folli del cuore. E i ragazzi che si buttano via in una notte decerebrata corrono dietro agli ordini del cuore". [CzzC: il cuore qui non intendi come muscolo pompa, ma come metafora: e come tale lo puoi concepire sia come sede delle passioni più bestiali sia come centro di quella caritas in veritate senza il quale anche la cinica razionalità può trasformare l’uomo in belva come PolPot; Hai letto/visto il «solo il cuore conosce?» Per favore, da buon insegnante esci dalle metafore, vieni al dunque coi piedi per terra!]

Alle affermazioni di Lodoli, così preoccupato di coltivare il valore della ragione nei processi educativi, fanno eco quelle di coloro che ritengono invece che sia necessario interrogarsi sull'epoca delle passioni (tristi o felici che siano) e di mettere a fuoco il ruolo delle emozioni nello sviluppo e nelle relazioni interpersonali, proprio per evitare quelle degenerazioni irresponsabili cui Lodoli fa riferimento.

Se insomma per gli uni il ruolo degli adulti è quello di riproporre percorsi di recupero del senso dell'esistenza e di un'etica personale e civile che trovino nella ragione il loro fondamento, per gli altri occorre non esorcizzare il cuore e tener conto del valore e del ruolo delle "passioni" nei sistemi educativi. [CzzC: hai considerato che la ragione potrebbe non esaurirsi nella razionalità?]

La questione è rilevante, perché, in un contesto di enorme "liquidità" della struttura sociale e dei valori di riferimento, sono saltate le evidenze fondamentali (buone o cattive che fossero) sulle quali poggiava un sistema comune di valori e questo ha reso più urgente l'interrogativo sul ruolo delle emozioni e della ragione nei contesti educativi e nella convivenza civile. [CzzC: stai dando ragione alla preoccupazione del papa sulle responsabilità dei tifosi del relativismo? Fa’ ancora un passettino e potresti depotenziare la tua avversione al termine emergenza adottato dal suo Magistero]

E la sfida appare ancora più impegnativa se si tiene conto del fatto che spesso sono gli stessi educatori a rifiutare la ricerca di un punto di equilibrio e a "lasciare libero il campo alla veemenza acefala del cuore". [CzzC: quelli della veemenza cattofobica pare che di cuore ne abbiano avuto ben poco nella storia passata, ma anche recente 68ttina, o sbaglio?] Non si tratta, ovviamente, di demonizzare le emozioni privilegiando metodi e strategie educative fredde e distaccate. Ma si tratta di cercare occasioni nelle quali cominciare a riflettere assieme sugli atteggiamenti educativi, sul senso che si attribuisce ai sentimenti e alla ragione nei processi educativi, sulle modalità più efficaci per incentivare l'assunzione di responsabilità del mondo adulto, sulle prospettive di senso all'interno delle quali si colloca questa responsabilità, sui luoghi in cui rielaborare strategie concrete di intervento educativo. Per ritrovare assieme il valore del difficile e affascinante mestiere dell' educare.

[CzzC: caro A, hai fatto centro sulle prospettive di senso e sulla responsabilità, ma è inutile che corri ai ripari rappezzando con un “non si tratta di demonizzare le emozioni” dopo che ti sei profuso ad echeggiare le mitragliate di Lodoli contro le esigenze del cuore. Io preferisco l’intuizione di Emmanuel Mounier in Lettere sul dolore, dove usa l’espressione «inquietudine divina delle anime inappagate»: non è che uno sia divino, ma in quell’espressione Mounier riconosce che ci possa essere nella nostra vita un’inquietudine messa da chi ti ha fatto, un’inquietudine che significa un permanente ricercare un significato della vita, perché la vita possa non essere vana. perché non ci sia più niente da buttare via, perché è accaduto un fatto storico, incontrando il quale la ragione, la volontà, l’affettività umana sono provocate a realizzarsi e a compiersi secondo tutta l’ampiezza del loro desiderio di giustizia, di bellezza, di bontà e di felicità. Mounier cita per contro l’insegnamento di due maestri non a caso oggi tornati di moda: Epicuro e Budda. In uno degli scritti sacri del Beato orientale si trova raccontato questo dialogo tra il Maestro e Visakha che si conclude così: «Chi ha ottanta, trenta, venti, dieci cose che gli stanno a cuore, ha ottanta, trenta, venti, dieci dolori. Chi ha una sola cosa che gli sta a cuore ha un solo dolore. E chi non ha nulla che gli sta a cuore, costui non patisce nessun dolore. Ed è sereno colui che non patisce dolore né passione. I dolori, i lamenti e i patimenti in questo mondo sono innumerevoli a causa di ciò che abbiamo caro: ma se non vi è nulla che ci sia caro, non vi sono dolori. Perciò sono felici e liberi da sofferenza coloro che non hanno nulla di caro al mondo». Posizione, che gela l’affettività, censura i legami e la natura appassionante del vivere: quanto è diversa questa posizione dallo slancio sollecitato dagli educatori preoccupati per l’attuale emergenza-educativa, ma fiduciosi nell’incontro col Vangelo, che ti condonano l’illuminata arricciatura di naso sulla parola emergenza, considerando anche che saresti un insegnante di Religione cattolica. o sbaglio?]